Decreto Ministero dei Trasporti – 05/07/2019 – Modifiche modalità esami CQC

Dal prossimo 19 novembre 2019, tutti gli esami relativi al conseguimento della carta di qualificazione del conducente saranno più brevi. Ci saranno meno quiz, e il tempo concesso per risolvere questi quiz sarà minore.

Esame per conseguimento C.Q.C persone o C.Q.C cose

Prima Dopo
2 prove in sessioni distinte

(in caso di bocciatura della prima sessione bisognava aspettare almeno un mese)

1 prova in un’unica sessione

(in caso di bocciatura  bisogna aspettare almeno un mese)

60 quesiti parte generale + 60 quesiti parte specifica = 120 in totale 40 quesiti parte generale + 30 quesiti parte specifica = 70 quesiti in totale
Errori ammessi max 6 nella parte generale e 6 nella parte specifica= 12 errori ammessi in totale Errori ammessi = 7  in totale
Durata: 120 minuti nella parte generale e 120 minuti nella parte specifica = 240 minuti in totale = 4 ore Durata: 90 minuti in totale = 1 ora e mezza

 

 

Esame per estensione da CQC persone a CQC cose o viceversa
Prima Dopo
60 quesiti in 120 minuti 30 quesiti in 40 minuti

 

Esame per titolare di attestato di idoneità professionale

Prima Dopo
60 quesiti in 120 minuti 40 quesiti in 50 minuti

DECRETO MINISTERIALE
5 luglio 2019 (GU n. 195 del 21.8.2019)
Modifiche al decreto 20 settembre 2013 in materia di esami per il conseguimento della carta di qualificazione del conducente.

IL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI

Vista la direttiva 2003/59/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 luglio 2003 sulla qualificazione iniziale e formazione periodica dei conducenti di taluni veicoli stradali adibiti al trasporto di merci o di passeggeri, recepita con il decreto legislativo 21 novembre 2005, n. 286, Capo II ;

Visto il decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 2, recante: “Modifiche ed integrazioni ai decreti legislativi 18 aprile 2011, n. 59 e 21 novembre 2005, n. 286, nonché attuazione della direttiva 2011/94/UE recante modifiche della direttiva 2006/126/CE concernente la patente di guida”;

Visto il decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 20 settembre 2013 recante: “Disposizioni in materia di corsi di qualificazione iniziale e formazione periodica per il conseguimento della carta di qualificazione del conducente, delle relative procedure d’esame e di soggetti erogatori dei corsi”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 20 maggio 2014, n. 115;

Visto il decreto del Capo del Dipartimento per i trasporti, la navigazione ed i sistemi informativi e statistici del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 17 aprile 2013 recante: “Disposizioni in materia di rilascio del documento comprovante la qualificazione per l’esercizio dell’attività professionale di autotrasporto di persone e cose, denominata qualificazione C.Q.C”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 3 maggio 2013, n. 102;

Considerata l’esigenza di dettare nuove disposizioni in materia di esami per il conseguimento della carta di qualificazione iniziale, al fine di rendere la procedura più razionale, semplificata e tale da consentire una migliore programmazione delle sedute d’esame da parte dei competenti uffici Motorizzazione civile;

Ritenuto, pertanto, necessario procedere alla modifica dell’art. 11 del richiamato decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 20 settembre 2013;

Decreta:  

Art. 1 Modificazioni all’art. 11 del decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 20 settembre 2013 

1. L’art. 11 del decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 20 settembre 2013 è sostituito dal seguente:

“Art. 11 (Esame per il conseguimento della carta di qualificazione del conducente).

– 1. L’esame di cui all’art. 19, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 2005, n. 286, consiste in una prova che si svolge con sistema informatizzato, tramite questionario estratto da un database predisposto dalla Direzione generale per la motorizzazione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, secondo un metodo di casualità.

Il candidato deve rispondere, entro novanta minuti, a settanta quesiti, barrando la lettera “V” o “F” a seconda che consideri quella proposizione vera o falsa. Quaranta quesiti sono tratti dagli argomenti di cui all’art. 7, comma 4, lettera a), mentre i restanti trenta sono tratti dagli argomenti di cui all’art. 7, comma 4, lettere b) o c), in ragione del tipo di abilitazione che il candidato intende conseguire.
La prova si intende superata se il numero di risposte errate è, al massimo, di sette.

2. Il titolare di carta di qualificazione del conducente per il trasporto di cose, che intende conseguire anche la qualificazione per il trasporto di persone, sostiene l’esame tramite un questionario con trenta quesiti, relativi agli argomenti di cui all’art. 7, comma 4, lettera c), indicando la risposta che ritiene corretta con le medesime modalità di cui al comma 1.
Il candidato deve rispondere ai questionari entro quaranta minuti. La prova si intende superata se il numero di risposte errate è, al massimo, di tre.

3. Il titolare di carta di qualificazione del conducente per il trasporto di persone, intende conseguire anche la qualificazione per il trasporto di cose, sostiene l’esame tramite un questionario con trenta quesiti, relativi agli argomenti di cui all’art. 7, comma 4, lettera b), indicando la risposta che ritiene corretta con le medesime modalità di cui al comma 1. Il candidato deve rispondere ai questionari entro quaranta minuti. La prova si intende superata se il numero di risposte errate è, al massimo, di tre.

4. Il titolare di attestato di idoneità professionale per l’accesso alla professione di autotrasportatore, che intende conseguire la qualificazione relativa al medesimo settore, sostiene l’esame tramite un questionario con quaranta quesiti, relativi agli argomenti di cui all’art. 7, comma 4, lettera a), indicando la risposta che ritiene corretta con le medesime modalità di cui al comma 1. La prova ha durata di cinquanta minuti e si intende superata se il numero di risposte errate è, al massimo, di quattro.

5. Il titolare di attestato di idoneità professionale per l’accesso alla professione di autotrasportatore, che ha frequentato un corso ai sensi dell’art. 9, comma 5, consegue la carta di qualificazione della tipologia per la quale ha frequentato la parte pratica del corso, per mera esibizione all’ufficio Motorizzazione civile dell’attestato di frequenza del corso stesso.

6. Gli esami di cui ai commi da 1 a 4 sono svolti presso gli uffici Motorizzazione civile, sulla base di procedure stabilite dal Dipartimento per i trasporti, la navigazione gli affari generali ed il personale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, da funzionari del Dipartimento stesso, abilitati ai sensi della tabella IV.1 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495.

7. La richiesta degli esami di cui ai commi da 1 a 4 deve essere presentata dal candidato entro il termine di validità, pari a dodici mesi, dell’attestato di frequenza del corso propedeutico che ha seguito.

8. All’esito positivo degli esami di cui ai commi da 1 a 4:
a) al conducente, già titolare della patente di guida presupposta dalla carta di qualificazione del conducente conseguita, è rilasciato un duplicato della patente stessa sulla quale, in corrispondenza della predetta categoria, è annotato il codice unionale “95” seguito dalla indicazione di giorno, mese ed anno di scadenza di validità della qualificazione;
b) al conducente titolare di autorizzazione ad esercitarsi alla guida per il conseguimento di una patente di categoria C, CE, D o DE, è rilasciato, previo assolvimento dell’imposta di bollo, un CAP, conforme all’allegato 9 del presente decreto, comprovante il conseguimento della carta di qualificazione del conducente.

9. Il CAP di cui al comma 8, lettera b), deve essere esibito all’ufficio Motorizzazione civile all’atto della prenotazione della prova di verifica delle capacità e dei comportamenti per il conseguimento della patente di guida: all’esito positivo della predetta prova, sulla patente di guida, in corrispondenza della categoria presupposta, è annotato il codice unionale “95” seguito dalla indicazione di giorno, mese ed anno di scadenza di validità della qualificazione CQC.

10. Nel caso di esito negativo della prova d’esame di cui ai commi da 1 a 4, il candidato non può sostenere una nuova prova prima che siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di quella precedente.

11. Al momento della prova d’esame, il candidato cittadino di Stato non appartenente all’Unione europea o allo Spazio economico europeo esibisce il documento di soggiorno.”.

 Art. 2 
Disposizioni transitorie 

1. Le disposizioni del presente decreto si applicano trascorsi novanta giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.   Roma, 5 luglio 2019

Il Ministro: Toninelli

Registrato alla Corte dei conti il 5 agosto 2019 Ufficio di controllo sugli atti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, reg. n. 1 foglio n. 3065

Biciclette e circolazione “contromano”

Ma le biciclette possono circolare liberamente anche “contromano”?

Molti sono convinti di poter circolare controsenso liberamente quando guidano una bici, ma non è vero.
E questo sebbene in alcune città europee (ed in alcune città italiane) sia consentito alle biciclette di circolare in entrambi i sensi sulle strade a senso unico.

La bicicletta è un veicolo, pertanto laddove in una strada (a senso unico) si consenta la circolazione nell’altro senso ad un particolare mezzo, la strada risulta comunque a due sensi, sebbene uno di essi sia riservato ad una sola categoria di veicoli (in tal caso le biciclette).

Sulla questione il ministero dei Trasporti ha di recente espresso solamente un parere favorevole (n. 6234 del 21 dicembre 2011) alla circolazione in bicicletta nei due sensi di marcia nelle strade a senso unico, ma a patto che i Comuni:

  1. autorizzino la circolazione delle bici nei due sensi di marcia
     
  2. su strade larghe almeno 4,25 metri
     
  3. in aree con limite di 30 km/h, nelle Zone a traffico limitato
     
  4. in assenza di traffico pesante

Non si tratta quindi di una modifica al Codice della Strada che possa autorizzare la circolazione indiscriminata contromano delle biciclette.

Per liberalizzare la circolazione delle biciclette in molte strade urbane che non possiedono le misure minime prescritte oggi (2.50 metri per ciascun senso di marcia) si è ricorsi alla soluzione del doppio senso limitato, cioè un senso unico per veicoli a motore e un doppio senso per le bici.

Su entrambi i sensi di marcia dovrà però esserci il segnale di doppio senso di circolazione, con un pannello integrativo rettangolare per specificare che il transito in un senso vale esclusivamente per le bici (come da immagine nella pagina).
Inoltre, non dovrebbe essere consentita la sosta sul lato percorso dai velocipedi, mentre per terra (segnaletica orizzontale) non dovranno comparire le strisce longitudinali.

Si tratta, in sostanza, di una soluzione compatibile con l’assetto strutturale urbano e atta a facilitare la circolazione di biciclette, in strade che non possiedono sufficiente spazio per far passare due veicoli affiancati.

Le Aree Private ad uso pubblico

Il codice stradale regolamenta la circolazione in generale su tutte le aree pubbliche o ad uso pubblico definibili come “area stradale”. Tale definizione descritta nell’art. 2 Cds richiede che siano contemporaneamente presenti nell’area individuata come strada, 3 connotazioni:

1^. Quella naturalistica;

2^. Quella di uso pubblico: per tale si intende la apertura alla circolazione di un numero indeterminato di persone, e cioè la possibilità giuridicamente lecita di accesso all’area da parte del pubblico (Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 5414 del 07.05.1992) per assenza di sistemi protettivi (sbarre, catene, paletti) e/o di visibili divieti. In altri termini, è sempre la Cassazione a parlare, è dunque decisiva la concreta utilizzazione del suolo… (omissis) non essendo essenziale la sua inclusione nel demanio stradale (così Cass. Civ., sent. n. 1694 del 27.01.2005), mentre la Corte di Cassazione Civile sez.II 3/3/2011 n. 5126 afferma che pur non essendo in discussione la porzione di proprietà privata del marciapiede interessata dalla sosta vietata, essa era da considerarsi inerente ad un´area di uso pubblico e, quindi, come tale, assoggettata al regime delle norme della circolazione veicolare e pedonale, non risultata oggettivamente esclusa nel caso di specie, dovendosi comunque tener conto del principio (v. Cass. 9 dicembre 1993, n. 12148, e Cass. 9 ottobre 2003, n. 15063) in base al quale le norme del codice della strada che si applicano, a norma dell´art. 1, sulle strade pubbliche o aperte al pubblico transito, vanno osservate, quali norme di comune prudenza, anche sulle strade private in qualsiasi modo adibite al traffico vei colare.

Il Consiglio di Stato invece con la sentenza n. Sez. VI, n. 4386 del 31 luglio 2012 statuisce quanto segue:

La proprietà privata di un’area non esclude l’uso pubblico della stessa, infatti, un’area privata può ritenersi assoggettata ad uso pubblico di passaggio quando l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di soggetti considerati uti cives, ossia quali titolari di un interesse pubblico di carattere generale, e non uti singuli ossia quali soggetti che si trovano in una posizione qualificata rispetto al bene gravato. Inoltre, costituisce strada pubblica quel tratto viario avente finalità di collegamento, con funzione di raccordo o sbocco su pubbliche vie, e che sia effettivamente utilizzata dalla collettività uti cives. L’uso del bene da parte della collettività indifferenziata per lunghissimo tempo comporta l’assunzione da parte del bene di caratteristiche analoghe a quelle di un bene demaniale (Cons. Stato, Sez. IV, 15 giugno 2012, n. 3531; Sez. V, 10 gennaio 2012, n. 43), ciò non può che comportare l’uso altresì pubblico dell’area per parcheggio regolamentato in quanto strumentale all’avvicinamento all’arenile, risultando invero illogico e ingiustificato che ai cittadini, innovando rispetto al consolidato e risalente stato dei luoghi, venga consentito il libero accesso al mare vietando loro un’attività risalente nel tempo e volta al medesimo fine.

3^. Quella di destinazione alla “pubblica” circolazione di pedoni, veicoli e animali: è pubblica l’area che il proprietario destina tacitamente od espressamente, ad uso pubblico (ad esempio, diventa di uso pubblico l’area privata lasciata dal proprietario fuori della recinzione che egli abbia arretrato rispetto ad una strada o ad una piazza);

Il termine strada ha il significato di area soggetta ad uso pubblico anche se privata per quanto riguarda il regime di proprietà.

Tutte le disposizioni del C.d.S. si applicano a prescindere dalla proprietà dell’area che potrà ben essere privata ma dove rimane rilevante la destinazione anche solo di fatto alla circolazione di un numero indeterminato ed indiscriminato di persone ma anche l’effettiva utilità della strada rispetto al soddisfacimento di un interesse pubblico esercitato dalla collettività.

  • Sulle strade ad uso pubblico è il comune che regolamenta la circolazione con i provvedimenti tipici previsti dagli articoli 5, 6 e 7 del codice della strada. Può essere utile verificare se la strada sia stata inserita nella toponomastica del comune e ciò farebbe presumere che questa sia anche censita catastalmente e che venga asservita alla circolazione pubblica senza limitazioni quanto al numero e alla qualità delle persone che possono accedervi.
  • Comunque, se tutti possono utilizzare detta strada, la regolamentazione della circolazione spetta al comune, ai sensi dell’art. 37 del codice, il quale precisa che l’apposizione e la manutenzione della segnaletica, ad eccezione dei casi previsti nel regolamento previsti per singoli segnali, fanno carico:
  • A) Agli enti proprietari delle strade, fuori dai centri
  • B) Ai comuni, nei centri abitati, compresi i segnali di inizio e fine del centro abitato, anche se collocati su strade non comunali.
  • C) Al comune, sulle strade private aperte all’uso e sulle strade locali.

Una menzione particolare merita poi l’area di servizio destinata alla distribuzione del carburante. Se un filone giurisprudenziale ha sostenuto l’orientamento secondo il quale è ben possibile riconoscerne la natura di “area pubblica” (in quanto, anche nell’orario di chiusura del distributore, l’area è destinata all’uso pubblico ed al transito/parcheggio dei veicoli e al passaggio dei pedoni: si veda Cass. Pen., Sez. IV, sent. n. 41050 del 22.11.2010 e Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 5111 del 03.03.2011), un altro si è posto di contrario avviso. E’ stato  invero ritenuto che su tali piazzole “il passaggio degli utenti della strada, anche se in misura elevata, si svolge non <uti cives>, bensì <uti singuli>”  (Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 7682 del 07.06.2000 e Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 258 del 10.01.2008). Per quanto numerosi possano essere i servizi esistenti sull’area – osserva la Corte –  resta pur sempre limitato l’uso a coloro che intendono usufruire dei servizi stessi e circoscritto al tempo in cui questi servizi sono aperti. L’ampiezza dell’uso non elimina la condizione per accedervi e non trasforma la stazione di servizio in un’area aperta alla circolazione indiscriminata di pedoni, animali e veicoli, e cioè in un’area di effettivo uso pubblico.

Anche il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti è intervenuto più volte sulla problematica delle aree  private ad uso pubblico con una serie di pareri e direttive che vanno ad innestarsi e a confermare in linea di principio quanto già asserito dalla giurisprudenza maggioritaria in materia. Si riportano qui di seguito i più significativi enunciati ministeriali:

Ministero dei Trasporti
Dipartimento per i trasporti terrestri
Direzione Generale per al Motorizzazione
Divisione VIIIParere n.16789/2008OGGETTO: Disciplina ed interventi in aree private aperte al pubblico. Quesito rif. nota fax del 11/02/2008.Con riferimento al quesito in oggetto si comunica quanto segue:Ai sensi dell’art.2 c.1 del D.Lgs. 285/1992 (Nuovo Codice della Strada) ai fini dell’applicazione delle norme del Codice si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.A tal riguardo non rileva la “proprietà” del manufatto, ma unicamente il suo “uso”; pertanto se esso è aperto al pubblico passaggio, è anche soggetto alla disciplina del Codice.Conseguentemente possono essere espletati i servizi di polizia stradale anche se sulle aree private ad uso pubblico, che comunque rientrano nella definizione di cui all’art.2 c.1 del Codice.Il Comune è tenuto inoltre alla regolamentazione della circolazione ai sensi dell’art.7 c.1 del Codice e all’apposizione e alla manutenzione della segnaletica stradale,ai sensi dell’art.37 c.1 lett.c).Analogamente per le occupazioni della sede stradale, le opere, i depositi e i cantieri stradali, trovano applicazione gli artt. 20 e 21 del Codice.Si resta a disposizione per eventuale ulteriore chiarimento.IL DIRETTORE GENERALE
Dr. Ing. Sergio Dondolini

Quindi,
Citazione:
Art. 7. Regolamentazione della circolazione nei centri abitati.1. Nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco:a) adottare i provvedimenti indicati nell’art. 6, commi 1, 2 e 4;b) limitare la circolazione di tutte o di alcune categorie di veicoli per accertate e motivate esigenze di prevenzione degli inquinamenti e di tutela del patrimonio artistico, ambientale e naturale, conformemente alle direttive impartite dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentiti, per le rispettive competenze, il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio ed il Ministro per i beni culturali e ambientali; (*)c) stabilire la precedenza su determinate strade o tratti di strade, ovvero in una determinata intersezione, in relazione alla classificazione di cui all’art. 2, e, quando la intensità o la sicurezza del traffico lo richiedano, prescrivere ai conducenti, prima di immettersi su una determinata strada, l’obbligo di arrestarsi all’intersezione e di dare la precedenza a chi circola su quest’ultima;d) riservare limitati spazi alla sosta dei veicoli degli organi di polizia stradale di cui all’art. 12, dei vigili del fuoco, dei servizi di soccorso, nonché di quelli adibiti al servizio di persone con limitata o impedita capacità motoria, munite del contrassegno speciale, ovvero a servizi di linea per lo stazionamento ai capilinea;e) stabilire aree nelle quali è autorizzato il parcheggio dei veicoli;f) stabilire, previa deliberazione della giunta, aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe in conformità alle direttive del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, [di concerto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le aree urbane];

Risposta ministeriale > area privata. Strade senza uscita in centro abitato (questo assunto vale anche per quelle extra-urbane che sfociano o s’immettano su strade comunali ai fini della concessione del carrabile nella casistica dell’uso privato > poi per le vicinali, esiste specifica normativa per la manutenzione del sedime stradale).

In risposta ad un quesito presentato, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha confermato che una strada, ancorché di proprietà privata, se risulta a tutti gli effetti aperta all’uso pubblico, il comune è tenuto obbligatoriamente alla regolamentazione della circolazione, ai sensi dell’art. 38, comma 10 del codice. Si riporta di seguito il testo della nota. Con riferimento alle problematiche esposte con la nota in riscontro, si premette quanto segue. L’art. 2 comma 1 del nuovo codice della strada (d.lgs. n. 285/1992) definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali. L’art. 14 comma 1 lett. c) ricomprende tra i compiti degli enti proprietari delle strade l’apposizione e manutenzione della prescritta segnaletica. L’art. 37 comma 1 lett. c) pone in capo ai comuni l’apposizione e la manutenzione della segnaletica sulle strade private aperte all’uso pubblico. Ciò premesso, qualora l’area in argomento, ancorché di proprietà privata, risulti a tutti gli effetti aperta all’uso pubblico, il comune è tenuto obbligatoriamente alla regolamentazione della circolazione, ai sensi dell’art. 38, comma 10 del codice. Qualora invece la suddetta area venga interdetta all’uso pubblico, restando così ad uso esclusivo del proprietario, dovrà essere richiesta al comune l’autorizzazione all’apertura di un passo carrabile, secondo il disposto di cui all’art. 46 del Regolamento di esecuzione e di attuazione (D.P.R. n. 495/1992). Al riguardo si osserva che, a parere di questo Ufficio, dovranno essere avviati opportuni contatti con il comune, al fine di concordare le più idonee modalità di chiusura al pubblico passaggio dell’area in questione.
Le norme del codice della strada che si applicano, a norma dell’art. 1, sulle strade pubbliche o aperte al pubblico transito, vanno osservate quali norme di comune prudenza anche sulle strade private in qualsiasi modo adibite al traffico veicolare.
Cass. civ. sez. III 09-10-2003, n. 15063 F. c. M., Mass. Giur. It., 2003, Arch. Civ., 2004, 911. Arch. Giur. Circolaz., 2004, 931

INOLTRE, ai sensi dell’art. 2 comma 1 del cds, ai fini dell’applicazione di tutte le norme del codice stradale, si definisce strada (indipendentemente dalla sua allocazione e quindi sia in centro abitato che al di fuori), l’area ad uso pubblico (anche qualora di proprietà privata), destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.
RIFERIMENTO PRINCIPALE: l’art. 2 del D.Lgs.285/92…
A tal proposito si nota che il Legislatore ha volutamente tralasciato l’elemento proprietà della strada, individuando l’ambito dell’applicabilità delle disposizioni del Cds, alle AREE AD USO PUBBLICO, ben potendosi affermare che le aree private ad uso pubblico soggiacciono alle norme del Codice della Strada. Attualmente non vi sono dubbi in proposito nemmeno in sede giurisdizionale quanto giurisprudenziale …Legittimità compresa.

Altra normativa di riferimento è l’art. 37 comma 1, lett. c) del C.d.s:
(Apposizione e manutenzione della segnaletica stradale)
1. L’apposizione e la manutenzione della segnaletica, ad eccezione dei casi previsti nel regolamento per singoli segnali, fanno carico:
c) al comune, sulle strade private aperte all’uso pubblico e sulle strade locali;
Se il privato proprietario non è d’accordo con l’apposizione della segnaletica in oggetto, può proporre ricorso ai sensi del comma 3 dello stesso art., come specificato dall’art.74 del Reg. C.d.S.
Infatti: (art.37 C.d.S.) 3. Contro i provvedimenti e le ordinanze che dispongono o autorizzano la collocazione della segnaletica è ammesso ricorso, entro sessanta giorni e con le formalità stabilite nel regolamento, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, che decide in merito.

Con una nota il MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI, ha chiarito definitivamente quando possono essere espletati i servizi di polizia stradale nelle aree private aperte all’uso pubblico:

Il Ministero, in via preliminare ha precisato che ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del Dlgs n°285/92 ai fini dell’applicazione delle norme del codice, si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali. A tale riguardo non rileva la “proprietà” del manufatto, ma unicamente il suo uso; per tanto, SE ESSO E’ APERTO AL PUBBLICO PASSAGGIO, E’ ANCHE SOGGETTO ALLA DISCIPLINA DEL CODICE STRADALE. Conseguentemente, possono/devono essere espletati i servizi di polizia stradale anche sulle aree private ad uso pubblico, che rientrano comunque nella definizione di cui all’ articolo 2 comma 1 del codice. Il comune è tenuto inoltre alla regolamentazione della circolazione ai sensi dell’articolo 7 comma 1 del codice e alla posizione e alla manutenzione della segnaletica stradale, ai sensi dell’articolo 37 comma 1 lettera c. Analogamente, per l’occupazione della sede stradale, le opere, i depositi e i cantieri stradali, trovano applicazione gli artt. 20 (occupazione della sede stradale) e 21 (opere, depositi e cantieri stradali) del codice.

DIRETTIVA M LL PP 24 ottobre 2000
Direttiva sulla corretta ed uniforme applicazione delle norme del codice della strada in materia di segnaletica e criteri per l’installazione e la manutenzione.
omississ
2.4 STRADE PRIVATE APERTE ALL’USO PUBBLICO:
Nelle strade private aperte all’uso pubblico, poste all’interno del centro abitato, rimane pur sempre la competenza del Comune ad assicurare la loro corretta e sicura utilizzazione da parte di tutti gli utenti; incombe quindi al Comune l’obbligo di disciplinare la circolazione attraverso una appropriata ed efficiente segnaletica stradale [art. 37, comma 1, lettera e), cod. str.]. A tale riguardo e’ bene precisare che la locuzione “area ad uso pubblico”, sulla quale il Codice all’art. 2 basa la definizione di “strada”, riguarda anche le strade private aperte all’uso pubblico, ancorche’ la relativa utilizzazione si realizzi “de facto” e non “deiure”. La segnaletica stradale in questi casi e’ posta a cura del Comune ogni qualvolta su di essa venga attuata una qualsiasi disciplina della circolazione avente carattere di generalità ed i provvedimenti relativi siano adottati per perseguire o conseguire un pubblico interesse. Analogamente sulle strade private ad uso pubblico fuori dai centri abitati, la competenza ad apporre la segnaletica e’ del Comune. E’ appena il caso di sottolineare che i segnali stradali devono rispettare le norme di riferimento per quanto riguarda la regolarità sotto il profilo qualitativo e quantitativo, anche sulle aree e sulle strade private aperte ad uso pubblico per le quali al Comune compete la responsabilità della disciplina della circolazione e della opposizione della segnaletica stradale. Su tali strade private, se non aperte all’uso pubblico, l’apposizione dei segnali e’ facoltativa, ma laddove utilizzati, essi devono essere conformi a quelli regolamentari e posti in opera nel rispetto della normativa tecnica che li riguarda. 

 Dalle considerazioni suesposte emerge la risultante che ogni situazione pratica ha una sua  connotazione particolare e caratteristiche assestanti e pertanto sarà compito precipuo dell’operatore quello di appurare attentamente la stato  di fatto del suolo per ben comprenderne il carattere pubblico/privato e quindi per scegliere la soluzione appropriata al singolo caso concreto.

Patente a punti e omessa comunicazione: quando ricorre il giustificato motivo

Il proprietario del veicolo ha il dovere di conoscere l’identità dei soggetti ai quali sia affidata la conduzione del mezzo, in difetto risponde della sanzione di cui all’art. 126 bis c. 2 Codice della Strada. Infatti, grava sul titolare del veicolo un dovere di controllo e memoria, che viene meno solo in caso di giustificato motivo, come la cessazione della detenzione del mezzo o la presenza di situazioni imprevedibili ed incoercibili, che gli abbiano impedito di sapere chi fosse alla guida, nonostante l’adozione di misure idonee, conformi all’ordinaria diligenza, volte a garantire la concreta osservanza del dovere di conoscere e di ricordare l’identità del conducente.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza del 29 novembre 2018 n. 30939.

Indice
La vicenda

Omessa comunicazione di chi era alla guida (art. 126 bis c. 2 C.d.S.)
Sindacato di legittimità sul giustificato motivo

Casi di giustificato motivo “scriminante”
Il principio di diritto

La vicenda

Ad una società, veniva contestato un eccesso di velocità (art. 142 c. 7 C.d.S.) in relazione all’auto aziendale. Il legale rappresentante della s.r.l., inoltre, veniva sanzionato ai sensi dell’art. 126 bis c. 2 Codice della Strada per aver omesso di fornire i dati personali e della patente del conducente al momento della violazione. Il proprietario proponeva opposizione all’ordinanza prefettizia, deducendo di aver inviato alla Polizia Stradale una comunicazione in cui asseriva di aver impiegato l’auto, durante le vacanze estive, unitamente alla moglie e di non essere in grado di stabilire chi dei due fosse alla guida al momento della violazione del limite di velocità. Il tribunale considerava tale indicazione sufficiente ad escludere l’omessa comunicazione.

Il Ministero dell’Interno ricorre per la cassazione della sentenza, per violazione e falsa applicazione dell’art. 126 bis c. 2 C.d.S., nonché per omesso esame di un fatto decisivo per la controversia.

Prima di passare alla disamina della decisione, analizziamo brevemente l’illecito amministrativo oggetto di contestazione.

Omessa comunicazione di chi era alla guida (art. 126 bis c. 2 C.d.S.)

L’art. 126 bis c. 2 C.d.S. dispone che il proprietario del veicolo (ovvero altro obbligato in solido ai sensi dell’articolo 196) debba fornire all’organo di polizia che procede, entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione, i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione. Lo stesso dicasi in caso di persona giuridica, come nella fattispecie oggetto di scrutinio. Il proprietario del veicolo che ometta, senza giustificato e documentato motivo, di fornire i dati del conducente è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 284 a euro 1.133.

La ratio della norma è da ravvisarsi nella circostanza per cui il proprietario del mezzo debba conoscere l’identità dei soggetti a cui ne affida la conduzione, in difetto è responsabile della circolazione dello stesso:

  • verso la pubblica amministrazione, nei riguardi della quale è obbligato al versamento delle sanzioni;
  • verso i terzi, nei confronti dei quali risponde a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilanza.

L’attuale versione della norma deriva dal D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 164, lett. b), convertito in legge con la L. n. 286 del 2006. La suddetta modifica è figlia dell’intervento della Corte Costituzionale (Cost. 244/2006) che aveva evocato la possibilità di attribuire rilievo esimente alla condotta di colui che, “presentandosi o scrivendo”, avesse rappresentato l’esistenza di motivi idonei a giustificare l’omessa comunicazione dell’identità del conducente»; onde l’inserimento del sintagma “senza giustificato e documentato motivo” all’interno della norma. Successivamente la Corte Costituzionale è nuovamente intervenuta (Cost. 165/2008), ma in relazione alla versione originaria dell’art. 126 bis C.d.S., anteriore all’emenda del 2006.

Sindacato di legittimità sul giustificato motivo

La posizione della giurisprudenza sull’interpretazione della norma de qua è costante sia anteriormente che posteriormente all’intervento della Corte Costituzionale. Recentemente (Cass. ord. 9555/2018), si è ribadito che, in tema di sanzione pecuniaria per omessa comunicazione ex art. 126 bis C.d.S. c. 2, sia necessario sceverare la condotta del proprietario che non ottemperi all’invito a comunicare i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione, da quella del proprietario che, al contrario, abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo adducendo giustificazione. Grava sul proprietario il dovere di dimostrare quali misure abbia adottato per conservare la memoria di chi abbia guidato il veicolo. Le suddette misure non sono indicate dal legislatore, ma vanno valutate a seconda della fattispecie concreta. Pertanto, le modalità adottate nel caso di gestione di un parco macchine aziendale sono diverse da quelle esigibili nella gestione di un veicolo ad uso familiare. Spetta al giudice valutare se il proprietario abbia assunto ogni misura idonea, secondo l’ordinaria diligenza, a ricordare chi guidasse la sua auto. Il suddetto giudizio, pur rappresentando una valutazione di fatto, può essere soggetto al sindacato di legittimità.

Vediamo quando.

Ut supra ricordato, l’art. 126 bis c. 2 C.d.S. prevede un illecito amministrativo nell’omessa comunicazione senza giustificato e documentato motivo:

1) per motivo documentato si intende, in senso estensivo, “provato”, non necessariamente con prove documentali, ma anche mediante l’acquisizione di prove costituende. Il suddetto accertamento è riservato al giudice di merito ed è sindacabile in sede di legittimità solo nei limiti di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c.;

2) per quanto riguarda il motivo giustificato, anch’esso è rimesso al giudice di merito, ma limitatamente al giudizio sul fatto storico ovvero sulla ricostruzione degli accadimenti in cui si sostanzia la vicenda. Conclusa la valutazione sul fatto, che rientra nel merito, il giudizio, operato sullo stesso, al fine di considerarlo idoneo a giustificare la dichiarazione negativa, è un giudizio di diritto e, come tale, sindacabile in sede di legittimità.

In particolare, la Corte precisa come il sintagma “giustificato motivo” rappresenti una nozione elastica e rientri nelle cosiddette clausole generali. «Nell’esprimere il giudizio di valore necessario ad integrare il parametro generale contenuto in una norma elastica, il giudice compie, dunque, un’attività di interpretazione della norma, dando concretezza a quella parte mobile della stessa che il legislatore ha voluto tale per adeguarla ad un determinato contesto storico-sociale, ovvero a determinate situazioni non esattamente ed efficacemente specificabili a priori» (Cass. S.U. 2572/2012). Al lume di quanto sopra, la Suprema Corte ritiene che la valutazione operata dal giudice di merito sulla qualificazione delle ragioni esposte dal proprietario del veicolo come giustificato motivo di non conoscenza dell’identità del conducente sia censurabile in sede di legittimità, con il mezzo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, sotto il profilo della sua coerenza con i principi dell’ordinamento e con gli standard valutativi esistenti nella realtà sociale, che concorrono a creare il diritto vivente (Cass. 3645/1999).

Casi di giustificato motivo “scriminante”

Nel caso di specie, secondo la Cassazione, il Tribunale non ha considerato «tra gli standard, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale, il dovere del proprietario del veicolo di conoscere l’identità dei soggetti ai quali venga affidata la relativa conduzione». Visto il dovere di conoscenza incombente sul titolare del mezzo, l’assenza di cognizione dell’identità del conducente è ammissibile solo:

a) in caso di cessazione della detenzione del veicolo da parte del proprietario; si pensi al furto del mezzo o ancora all’ipotesi del comodato nella circostanza in cui il proprietario dimostri di avere ceduto l’auto a terzi, prima della commissione dell’infrazione, con contratto registrato e con l’obbligo, in capo al comodatario, di comunicare il nominativo del conducente in caso di contestazione di un’infrazione (Cass. 22042/2009);

b) in presenza di situazioni imprevedibili ed incoercibili che impediscano al proprietario di un veicolo di sapere chi lo abbia guidato in un determinato momento, nonostante egli dimostri di aver adottato tutte le misure idonee ed esigibili, secondo l’ordinaria diligenza, a garantire la concreta osservanza del dovere di conoscere e di ricordare l’identità di chi guidi il veicolo (ad esempio, realizzando un registro scritto o conservando delle annotazioni).

Il principio di diritto

Per le ragioni sopra esposte, la Corte ritiene fondata la censura sollevata dal Ministero dell’Interno, cassa la sentenza gravata e rinvia al Tribunale che, nella decisione, dovrà attenersi al seguente principio di diritto:

«ai sensi dell’art. 126 bis C.d.S., comma 2 […], ai fini dell’esonero del proprietario di un veicolo dalla responsabilità per la mancata comunicazione dei dati personali e della patente del soggetto che guidava il veicolo al momento del compimento di un’infrazione, possono rientrare nella nozione normativa di “giustificato motivo” soltanto il caso di cessazione della detenzione del veicolo da parte del proprietario o la situazione imprevedibile ed incoercibile che impedisca al proprietario di un veicolo di sapere chi lo abbia guidato in un determinato momento, nonostante che egli abbia (e dimostrati in giudizio di avere) adottato misure idonee, esigibili secondo criteri di ordinaria diligenza, a garantire la concreta osservanza del dovere di conoscere e di ricordare nel tempo l’identità di chi si avvicendi alla guida del veicolo».

(Altalex, 15 gennaio 2019. Nota di Marcella Ferrari)

La “clausola sociale” del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione: ancora dubbi applicativi

A distanza di quasi un anno dalla stipula dell’Accordo di rinnovo del 3 dicembre 2017 del CCNL Logistica, trasporto merci e spedizioni, permane la situazione di “non piena chiarezza” circa gli ambiti applicativi del nuovo Accordo, considerato che le associazioni di categoria CONFTRASPORTO (che raggruppa FAI, FERDERTRASLOCHI, FEDERLOGISTICA, FIAP e UNITAI), ASSOTIR e ANITA hanno sottoscritto l’accordo di rinnovo “con riserva di approvazione da parte dei propri organi direttivi” e, ad oggi, non si ha notizia dell’approvazione dell’accordo di rinnovo da parte di tutti i firmatari.

Uno degli elementi maggiormente dibattuti dell’Accordo è la nuova formulazione dell’articolo 42 che sostituisce quella precedentemente contenuta agli articoli 42 (Appalto di lavori di logistica, facchinaggio/movimentazione merci) e 42-bis (Cambi di appalto) del CCNL 1° agosto 2013.

Le Parti, con il dichiarato fine di contrastare i “crescenti fenomeni di illegalità” e di garantire il “pieno rispetto della normativa e della disciplina sugli appalti”, individuano anzitutto gli stringenti requisiti per la legittimità dei contratti di appalto, mutuando la gran parte degli indici e requisiti fissati negli anni dalla giurisprudenza in tema di genuinità degli appalti: in primis, l’obbligo di selezionare solo appaltatori che applicano lo stesso CCNL, con divieto di subappalto (comma 2); ancora, vengono fissati i requisiti di solidità economica e finanziaria, di adeguata organizzazione, di capacità e professionalità dei soggetti economici “affidatari” degli appalti (comma 3); ai commi 4 e ss. si prevedono vincoli stringenti sia con riferimento al contenuto che agli effetti del contratto di appalto stipulato in difformità alle prescrizioni del Contratto Collettivo. Al comma 5 dell’art. 42 le parti sindacali tipizzano, poi, alcune ipotesi di inadempimento dell’appaltatore che “saranno motivo di risoluzione del contratto di appalto”.

Nonostante il carattere stringente delle previsioni appena esaminate, che introducono una vera e propria codificazione dei requisiti di legittimità dei contratti di appalto, è la seconda parte dell’art. 42 dell’Accordo del dicembre 2017 ad aver fatto emergere le maggiori divergenze tra le organizzazioni sottoscrittrici.

Ciò in quanto la seconda parte dell’art. 42 (commi 7 e ss) introduce nel settore, in materia di cambio appalto, una nuova “clausola sociale” che – con l’obiettivo di tutela del personale occupato negli appalti – detta una procedura e degli obblighi dal contenuto assai stringente, evidentemente mutuati dalla previsione dell’art 2112 c.c. in tema di trasferimento di azienda e ramo d’azienda.

Ed infatti, mentre il precedente CCNL imponeva, in tema di “cambio appalto”, l’espletamento di una procedura consultiva senza porre in capo all’appaltatore subentrante un obbligo di reimpiego del personale dell’appaltatore uscente, il nuovo art. 42 del CCNL è andato a stravolgere completamente la precedente impostazione.

La nuova norma contrattuale, nel solco del Codice degli Appalti Pubblici e di altri CCNL privati, prevede un vero e proprio obbligo – in capo a Committente e appaltatore subentrante – di includere nel nuovo contratto di appalto il passaggio diretto, senza soluzione di continuità, a parità di condizioni di appalto, di tutti i lavoratori impiegati nel precedente appalto da almeno 6 mesi continuativi. Il tutto, con mantenimento dell’anzianità pregressa, dei trattamenti salariali e dei diritti normativi, ivi compresa l’applicazione della legge n. 92/2012 per i lavoratori occupati nei siti produttivi prima del 7 marzo 2015.

Alla luce di quanto esposto, pare legittimo domandarsi se la nuova previsione dell’art. 42 CCNL determini una legittima compressione dell’autonomia e della libertà d’impresa in tutte quelle ipotesi di cambio appalto caratterizzate da “discontinuità tra il “nuovo” e “vecchio” appaltatore e da reale autonomia e struttura organizzativa ed operativa in capo all’appaltatore subentrante.

Si consideri infatti che la regolamentazione contenuta nell’art. 42 CCNL risulta più stringente rispetto alla disciplina di legge, posto che l’art. 29, co. 3, d.lgs. n. 276 / 2003 (nel testo riformato nel 2016) prevede il passaggio diretto dei lavoratori occupati nell’appalto – senza soluzione di continuità e a parità di condizioni – solo in assenza di elementi di discontinuità tra il “nuovo” e “vecchio” appaltatore. In altre parole, la scelta del legislatore è di imporre l’applicazione degli effetti lavoristici dell’art. 2112 c.c. solo ai casi, pur frequenti, nei quali il cambio appalto sia riconducibile ad una fattispecie di trasferimento di ramo d’azienda per l’assenza di elementi di discontinuità e di autonomia in capo all’appaltatore subentrante.

Incerta appare anche la tenuta della previsione contrattuale in caso di contenzioso giudiziale, considerato che – come statuito dalla recente giurisprudenza in materia – la clausola sociale si colloca comunque nella cornice dell’equo contemperamento delle esigenze di tutela occupazionale ex art. 35 Cost. e della libertà d’impresa ex art. 41 Cost. e deve necessariamente conformarsi ai principi nazionali e comunitari: pertanto, in applicazione della clausola sociale, l’appaltatore subentrante deve sì “prioritariamente” assumere gli stessi lavoratori che operavano alle dipendenze dell’appaltatore uscente, “ma a condizione che il loro numero e la loro qualifica siano armonizzabili con l’organizzazione d’impresa prescelta dall’imprenditore subentrante” (Consiglio di Stato, sez. V, 28 agosto 2017, n. 4079).

D’altra parte, come pure stabilito di recente dall’ANAC con le Linee guida recanti la disciplina delle clausole sociali del 14 maggio 2018 – seppure nel settore degli appalti pubblici – “l’applicazione della clausola sociale non comporta un indiscriminato e generalizzato dovere di assorbimento del personale utilizzato dall’impresa uscente, dovendo tale obbligo essere armonizzato con l’organizzazione aziendale prescelta dal nuovo affidatario. Il riassorbimento del personale è imponibile nella misura e nei limiti in cui sia compatibile con il fabbisogno richiesto dall’esecuzione del nuovo contratto e con la pianificazione e l’organizzazione del lavoro elaborata dal nuovo assuntore”.

Si tratterà quindi di valutare se, in sede applicativa, l’art. 42 del CCNL in commento supererà il vaglio giudiziale, senza subire il contraccolpo della migrazione delle imprese verso CCNL meno rigidi in materia di cambio appalto.

In tale contesto, un elemento di soccorso rispetto alla problematica dell’equilibrio fra istanze di tutela dei lavoratori e libertà d’impresa e della tenuta della clausola sociale, potrebbe discendere dalla valenza che, in ambito applicativo, verrà attribuita all’ultima parte del comma 9 dell’art. 42 del CCNL in commento, che introduce nella clausola sociale in commento il riferimento all’autonomia dell’impresa appaltante: “Quanto sopra nel rispetto dell’autonomia organizzativa apicale dell’azienda subentrante e delle innovazioni tecnologiche, informatiche e di automazione intervenute”.

(Altalex, 11 febbraio 2019. Articolo di Valentina Pepe)


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